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Enciclopedismo, filologia, poesia: l’eredità del Medioevo (Capitolo III La poesia / III. 4. La poesia latin

2026-02-01 19:17

Claudia Pandolfi

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Enciclopedismo, filologia, poesia: l’eredità del Medioevo (Capitolo III La poesia / III. 4. La poesia latina dei secoli XI-XIII)

Il secolo XI ci regala il Ruodlieb, un componimento epico di enorme interesse letterario, folklorico, linguistico e storico-culturale (v. Ruodlieb, un

 

Il secolo XI ci regala il Ruodlieb, un componimento epico di enorme interesse letterario, folklorico, linguistico e storico-culturale (v. Ruodlieb, un eroe ‘cortese dell’XI secolo).

Attorno alla metà del secolo, sono poi da segnalare i Carmina Cantabrigiensia, una raccolta di Sequenze (v. sopra) di argomento sacro e profano, chiamata così dall’attuale sede – Cambridge –del manoscritto che la conserva.

 

La seconda metà dell’XI secolo segna, per il mondo latino-occidentale, l’inizio di un movimento di rinascita: l’agricoltura migliora le sue tecniche e contribuisce sempre meglio a tenere lontano dall’Europa lo spettro della fame; l’incremento demografico, favorito dal lungo periodo di relativa tranquillità, favorisce l’esplosione del chiuso sistema feudale; l’artigianato è costretto ad aumentare la produzione; i mercanti riprendono con rinnovato slancio i loro traffici: tutta la febbrile attività che agita l’Europa sembra trovare la sua manifestazione più appariscente nel rifiorire delle città, scomparse o rimaste prive d’importanza fra VII e X secolo. La città diventa il nuovo centro della vita associativa, si forma e prospera la borghesia, si afferma e si attesta la nuova cultura.

Con l’XI secolo, la cultura cessa di essere chiusa nelle abbazie e nei monasteri, e, fin dalla prima metà del XII secolo, l’insegnamento, pur continuando ad essere controllato dai chierici, si orienta verso la forma ‘moderna’ che assumerà ben presto nelle università. Il centro della cultura resta sempre la teologia, ma, tra XI e XII secolo, la preoccupazione dominante degli intellettuali sembra essere quella di rinnovare lo studio e l’insegnamento della ‘scienza di Dio’, e la dialettica si fa sempre più strada, e, strutturata come strumento atto ad analizzare ogni cosa, investe anche il campo del dogma. Contrariamente alla cultura tradizionale, la dialettica acuiva nell’individuo il gusto per l’indagine spregiudicata, e soprattutto portava a riconoscere il valore della ragione, che sola può rendere padroni della verità: in questo, essa si rivelava come la scienza più all’altezza dei tempi nuovi, la scienza della nuova classe sociale, la scienza ‘cittadina’ per eccellenza, come ‘cittadina’ era la nuova cultura. Gli strumenti che gli studiosi dell’XI e inizio XII secolo avevano a disposizione erano ancora scarsi e inadeguati (all’incirca gli stessi dei secoli precedenti); e solo nella seconda metà del XII secolo il mondo occidentale potrà valersi – grazie ai sempre più ampi contatti con l’Oriente e grazie all’attività dei traduttori dall’arabo – di nuovi testi e nuovi strumenti: ma è nel periodo a cavallo fra XI e XII secolo, e nei primi decenni del XII, che vengono gettate le basi per il trapasso dagli studi dalla fase del commento e del compendio alla fase della ricerca originale, da cui doveva nascere la cultura moderna. Anche dal punto di vista delle istituzioni il panorama culturale appare in evoluzione: le scuole cattedrali (o episcopali) delle città, ovvero le scuole  fondate presso la chiesa cattedrale o la sede del vescovo (episcopium), si moltiplicano, sostituendo quelle monastiche (o abbaziali),nche dipendevano dall’abate e avevano come maestri i monaci. Nelle scuole cattedrali, i maestri, sotto la vigilanza del vescovo, assumono un’importanza del tutto nuova: non sono più ‘lettori’, ripetitori e commentatori di testi altrui. E schiere di giovani cominciano a spostarsi da un paese all’altro per seguire quelli riconosciuti come ‘maestri’, contribuendo così a far circolare la cultura, ad abbattere barriere e pregiudizi. Il libero dibattito porta aria nuova nella cultura. Nella letteratura del  XII secolo abbiamo grandi personalità, che si cimentano spesso in generi diversi, e una grande fioritura di tutti i generi letterari.

Per quanto concerne la produzione poetica, scrisse anche poesie, oltre che opere teologiche, il vescovo francese di Le Mans Ildeberto di Lavardin; personaggio di eccezionale levatura per la sua produzione filosofica e teologica  è senza dubbio Pietro Abelardo, cui dobbiamo però anche alcune opere poetiche composte in epoche diverse della sua vita, quali i suoi novantacinque  Inni, il poema Ammonimenti ad Astrolabio, e i giovanili Carmina d’amore, che, purtroppo perduti, gli procurarono tanta fama.

Di grandissimo rilievo è la figura di Ildegarda (v.  Ildegarda di Bingen – L’armonia di anima e corpo, il cibo e la nutrizione). Fra i suoi numerosi scritti abbiamo anche una notevole quantità di lavori musicali, fra cui una raccolta di liriche ispirate a figure sacre. Le liriche non hanno rime secondo le convenzioni dell’epoca e lo stile del verso libero è perfetto per l’accompagnamento musicale e viceversa. Il latino, pur se ‘approssimativo’ e comunque liturgico ha una valenza espressiva particolare, e i soggetti sono pieni di intuizioni psicologiche per quanto concerne il carattere umano.

Scrittore prolifico fu, nonostante i numerosi impegni politici ed ecclesiastici, Gualtiero di Chatillon, cancelliere di Enrico II Plantageneto, la cui opera maggiore è il poema epico in dieci libri Alexandreis (Alessandreide), che narra l’epopea di Alessandro Magno; egli compose però anche satire contro la Curia di Roma e, negli stessi anni, poesie incentrate sui problemi della Chiesa, intessute di citazioni da poeti classici, alcune delle quali contenute all’interno dei Carmina Burana, una raccolta poetica sorprendente (v. I Carmina Burana e la cultura goliardica, e Il tema della felicità nei "Carmina Burana").

Una pungente satira di costume, sulla decadenza spirituale del clero e dei monaci nonché del mondo universitario, è quella dello scrittore ‘enciclopedico’ Alessandro Neckam (v. Enciclopedismo, filologia, poesia […] I. I, 4 Enciclopedismo medievale – Introduzione), cui si devono anche due raccolte di favole in distici elegiaci, il Novus Aesopus e il Novus Avianus, in cui la satira si esercita attraverso l’allegoria (v. anche Le “Favole” di Fedro – Fra tradizione e innovazione).

Sempre nel XII secolo prende l’avvio in Francia, e lì produce i suoi frutti migliori, il fenomeno della Commedia Elegiaca (per l’importanza del genere all’interno di una storia del teatro, v. Il teatro nel Medioevo).  Tema prediletto delle commedie – poco più di una ventina, alcune anonime, altre no – sono  le avventure galanti; gli argomenti, o risalgono a fonti classiche, o riflettono, e talvolta anticipano, motivi e caratteri della novellistica popolare. Fra i vari titoli, troviamo:

- il De nuncio sagaci, in cui il poeta affida ad un astuto servo l’incarico di fare da intermediario fra lui e la donna amata, e il disinvolto messaggero conquista la fanciulla (essendo un testo che potevano leggere anche le fanciulle, cui era invece vietata la lettura integrale di Ovidio, la commedia è conosciuta anche col nome di  Ovidius puellarum / L’Ovidio delle fanciulle);

- il De mercatore, che è di fatto la storia del bambino di neve (o del bambino che si sciolse al sole), già presente in un repertorio di canzoni dell’XI secolo (Cambridge Songs); e già presente anche sotto forma di favola nella raccolta poetica – in distici elegiaci – nota col nome di Aesopus o Liber Aesopi (Esopo o Libro di Esopo), attribuita  per diverso tempo a Gualtiero Anglico, ma di cui, a tutt’oggi, non è stato individuato con certezza l’autore. Il racconto, di un macabro umorismo, presenta diverse varianti, ma la trama di base vede la moglie di un mercante che rimane incinta in assenza del marito, e racconta di essere stata ingravidata da un fiocco di neve cadutole in bocca dal cielo; quando il figlio raggiunge i quindici anni, il mercante lo porta in viaggio con sé per insegnargli – dice – il mestiere, e, durante il viaggio, lo vende al mercato degli schiavi; tornato a casa, alla moglie, che lo supplica per conoscere la sorte del ragazzo, racconta che, in una calda giornata di sole, su un’alta collina, esposto al troppo calore, il ragazzo, essendo stato fatto con la neve,  si era purtroppo sciolto.

- il De cerdone, del XIII secolo, di cui è autore l’italiano Iacopo da Benevento, in cui si narra di un triangolo amoroso, che vede coinvolto appunto un calzolaio, marito meschino e rozzo, alla fine oltraggiato e beffato dalla moglie e dall’amante, con l’intervento di una mezzana (il tema è chiaramente novellistico – vedi Boccaccio, Decameron VII,7 –, e verrà ripreso in diverse commedie del Quattrocento, come la Cauteriaria di Antonio Barzizza e la Fraudiphila di Antonio Cornazzano);

-    l’Asinarius , sempre del XIII secolo, di area germanica, che racconta la storia di “Pelle d’asino”, un principe-asino che sposa la figlia di un re e  che ogni notte si spoglia della sua pelle d’asino per unirsi a lei, fin ché il re, entrato nella camera nuziale di nascosto, approfitta del suo sonno per gettare nel fuoco la pelle, consentendogli così di rimanere per sempre un essere umano. Da notare che il motivo della pelle d’asino compare in un racconto indiano posteriore al XIII secolo, ma si pensa che esso sia passato per tradizione orale in occidente tramite gli Arabi, e sia quindi entrato a far parte del patrimonio favolistico popolare;

-    il Rapularius, ancora del XIII secolo e di area germanica, di cui ci sono giunte due versioni, che racconta la vicenda dei due fratelli e della rapa gigante riutilizzata dai fratelli Grimm per la loro fiaba n. 146. Asinarius e Rapularius sono fra le poche fiabe ‘letterarie’ del Medioevo latino, e sollevano il complesso discorso sulle fonti della materia narrativa. Di certo, sappiamo che esisteva, nel Medioevo, un materiale favolistico immenso, affidato in massima parte alla tradizione orale, di cui ci sono rimaste ben poche tracce esplicite, anche se alcuni scrittori, sensibili al fascino della tradizione etnica, provvidero a raccogliere vere e proprie sillogi di lavori folklorici, come, ad esempio, Walter Map, col suo De nugis curialium,  o Nugae curialium (Le inezie dei cortigiani); o Marie de France coi suoi Lais (v. L’amore e la consapevolezza di sé: parole di donne fra XI e XII secolo); di certo,  sappiamo che questo materiale favolistico fu saccheggiato per secoli, da scrittori dei più diversi generi, che trassero da esso motivi, temi o addirittura interi canovacci narrativi, facendo sì che materiali favolistici si infiltrassero all’interno dei generi letterari più diversi; e, di certo, sappiamo come,nella ricerca delle fonti, questo possa aver condotto ad una sopravvalutazione  delle attestazioni letterarie a fronte di riferimenti alla tradizione etnica, che sollevano peraltro domande di non facile soluzione.