In Italia, il primo autore medievale cui dobbiamo dei versi è Boezio: la sua opera più famosa, la Consolazione della filosofia (v. Boezio e il “De consolatione Philosophiae”), è infatti definibile come prosimetro, un genere letterario costituito da una alternanza di prosa e poesia, che trova le sue origini nell’antica satira menippea, ovvero nel tipo di satira creato nel III secolo a. C. dal filosofo cinico Menippo di Gadara, i cui componimenti sono andati peraltro tutti perduti.
Presente nella letteratura latina classica con l’Apokolokyntosis di Seneca, come pure col Satyricon di Petronio, il genere del prosimetro fu per così dire ri-fondato dal cartaginese Marziano Capella, che, all’inizio del V secolo, compose il suo De nuptiis Mercurii et Philologiae (Le nozze di Mercurio e Filologia), opera di importanza notevolissima per la cultura medievale, che aprì anche la strada a Boezio e alla sua Consolatio Philosophiae, lungo un cammino che troverà poi il suo più alto compimento nella Vita Nova di Dante: al riguardo, va anzi sottolineato come la poesia di Boezio sia di stile talmente elevato da far pensare che essa prepari ed anticipi in qualche modo la grande poesia dantesca. Nelle parti poetiche della Consolatio, Boezio utilizza infatti una molteplice varietà di metri, mostrando una notevole abilità versificatoria e testimoniando una conoscenza profonda della poesia latina nonché della tragedia greca – diversi incipit fanno trasparire il ricordo di Orazio e di Lucrezio, e molte sono le icone tragiche presenti nei suoi versi –: il tutto, intrecciato con echi e colori bizantini, per un risultato finale quantomeno rilevante.
Dopo Boezio, vero e proprio poeta può definirsi Venanzio Fortunato (530-600), autore di una biografia di Radegonda in versi (v. Scrittrici ‘invisibili’ fra V e IX secolo), di una Vita di San Martino (quattro libri di esametri), di diversi inni destinati a sopravvivere nella liturgia occidentale e di numerose composizioni poetiche raccolte negli undici libri dei Miscellanea.
Come si è avuto occasione di dire, nei secoli VII e VIII, in Italia sono pochissime le testimonianze della sopravvivenza di un buon latino, contrariamente alla penisola iberica, dove, fino a tutto il VII secolo, la produzione letteraria in prosa e in versi non conosce confronti col resto d’Europa per quantità e qualità: quando, nel 409, iniziarono le invasioni barbariche, la latinità infatti resistette, e anzi, nell’ultimo ventennio del VI secolo, gli invasori furono convertiti al cristianesimo, assoggettandosi alle stesse istituzioni romane, fondendosi con gli indigeni, e soprattutto apprezzando e promuovendo la cultura latina. La positiva evoluzione del rapporto fra Romani e Visigoti diede vita ad una articolata società di dotti, che comprendeva vescovi e uomini di chiesa, ma persino un re visigoto, Sisebuto, che regnò dal 612 al 621, che coltivava le scienze e – ciò che a noi maggiormente interessa – la poesia: egli, sulla linea dei poemi didascalici classici, scrisse infatti un breve poema astronomico sull’eclissi lunare (Carmen de Luna), dedicato ad un amico identificabile col famoso Isidoro di Siviglia (v. Enciclopedismo, filologia, poesia […] I. I, 4, 1 L’enciclopedismo nei secoli VI e VII).


