Nel nostro excursus sui proverbi (Divagazioni sui proverbi latini I-III e Divagazioni – Appendice 1) è spesso comparso il nome di Seneca, di cui abbiamo riportato proverbi, detti e frasi su temi e argomenti diversi:

–       «Il gladiatore determina le proprie mosse quando è nell’arena» (Epistole, III, 22, 1);

–       «Quanti sono gli schiavi, tanti sono i nemici» (Epistole, V, 47, 5);

–       «Tale il parlare degli uomini quale la loro vita» (Epistole, XIX, 114, 1);

–       «La rissa la cerca chi è sfinito» (L’ira, III, 9);

–       «La Fortuna ha paura dei coraggiosi, gli ignavi li schiaccia» (Medea, v.159);

–       «Il coraggio va dimostrato se si presenta un’occasione propizia», e «Non può non esserci sempre un’occasione propizia per il coraggio» (Medea, v. 160-61);

–       «Parte della guarigione è da sempre il voler guarire» (Fedra, v. 249);

–       «Chi chiede timidamente insegna a rifiutare» (Fedra, v. 593-94);

–       «Quello che la ragione non ha potuto guarire, spesso lo ha guarito la dilazione» (Agamennone, vv.129-30);

–       «Talvolta è piacevole anche fare pazzie» (La tranquillità dell’animo, XVII, 10);

–       «Una volta all'anno è tollerabile fare pazzie» (da La città di Dio di S. Agostino, VI, 10);

–       «Una mano lava l’altra» (Satira sulla morte di Claudio, IX);

–       «Tutto ciò che la Fortuna ha portato in alto, ce lo porta per farlo poi crollare» (Agamennone, vv. 100-101).

–       «Medicina inefficace per i mali è la non conoscenza» (Edipo, v. 515).

 

In effetti, fra gli autori latini Seneca è forse il più ‘evocato’ nei numerosi siti di frasi celebri o aforismi o citazioni famose o altro: la vita, la felicità, il coraggio, l’amore, il destino, la fortuna, il tempo sono i temi più ricorrenti; e frequenti sono anche le citazioni da singole opere (ad esempio dai dialoghi  L’ira, La brevità della vita, La tranquillità dell’animo, La vita felice, oppure dalle Epistole a Lucilio). Poche sono le frasi che sembrano essere sfuggite ad una qualche catalogazione, ma, fra esse, sicuramente più numerose sono quelle tratte dal corpus delle sue tragedie: e sono proprio alcune frasi tratte dalle tragedie che mi piace qui ricordare, chiarendo anche le motivazioni delle mie scelte.

Nell’Hercules furens / La pazzia di Ercole, particolarmente significativa appare una frase pronunciata da Anfitrione nel descrivere la decadenza di Tebe, causata dall’usurpazione del trono di Ercole da parte di Lico: significativa perché ci fa riflettere su come il significato abituale delle parole possa essere arbitrariamente e strumentalmente  trasfigurato, denunciando il capovolgimento di valori che sottende il cambiamento. Queste le parole di Anfitrione: «Prosperum ac felix scelus virtus vocatur – Un delitto dimostratosi utile e fortunato viene (ora) chiamato virtù». «Le persone per bene – continua  poi  – obbediscono a chi si è macchiato di colpe; il diritto è riposto nelle armi; la paura schiaccia le leggi». Il fenomeno è bene evidenziato da Tucidide, che, nel libro III delle sue Storie, parlando della guerra civile nell’antica Corcira (Corfù), scrive di come l’accezione consueta di diversi vocaboli fosse stata arbitrariamente stravolta, trasformando la temerità irriflessiva in impeto eroico, la prudenza in paura spregevole, il desiderio di esaminare a fondo i problemi in totale inettitudine all’azione (82, 4); già rilevato da diversi autori latini, come ad esempio Sallustio e Lucano,  è ribadito da Seneca anche nella tragedia Phaedra / Fedra. Prima che abbia inizio il dialogo vero e proprio con Ippolito, in cui confesserà il proprio amore nefando al figliastro (vv. 589-718), Fedra si autoesorta infatti ad avere coraggio e a non tacere i propri sentimenti, vagheggiando la possibilità che Ippolito accetti il suo amore. «Chi chiede timidamente – dice a se stessa – insegna a rifiutare», e, nella speranza illusoria di riuscire nascondere la propria colpa attraverso una unione legittima con Ippolito, afferma che «honesta quaedam scelera successus facit – il successo rende certe scelleratezze atti di virtù» (v. 598).

 

Degno di riflessione è il contesto in cui compaiono le citate frasi senecane «La Fortuna ha paura dei coraggiosi, gli ignavi li schiaccia», «Il coraggio va dimostrato se si presenta un’occasione propizia», e «Non può non esserci sempre un’occasione propizia per il coraggio» (Medea, vv. 159-61). Siamo all’interno del dialogo fra Medea e la nutrice, che cerca di convincerla a recedere dai suoi propositi di vendetta (vv.150-178). Nel monologo immediatamente precedente (vv. 116-149), Medea, lamentando il tradimento del marito Giasone, e ricordando i delitti compiuti per amor suo nonché i debiti di riconoscenza che egli ha verso di lei, ha maledetto il re Creonte, da lei considerato il principale responsabile delle proprie disgrazie, e, dando sfogo alla propria ira, ha espresso la volontà di vendicarsi contro di lui. La nutrice la invita allora a tenere nascosto il proprio rancore, a sopportare pazientemente le ferite ricevute in attesa del momento propizio per ricambiare, e conclude: «Ira quae tegitur nocet; professa perdunt odia vindictae locum – È l’ira tenuta nascosta quella che sa nuocere; gli odi proclamati perdono le occasioni di vendetta». Al che, Medea replica: «Levis est dolor, qui capere consilium potest, et clepere sese: magna non latitant mala. Libet ire contra – È un leggero dolore quello che può far proprio il tuo consiglio e dissimularsi: le grandi sofferenze non possono tenersi nascoste, ma vogliono essere apertamente affrontate». Segue un rapido scambio di battute sentenziose: -N. «Siste furialem impetum, alumna: vix te tacita defendit quies – Frena il tuo impeto furioso, figlia mia: a stento può difenderti lo stare quieta e in silenzio». -M. «Fortuna fortes metuit, ignavos premit – La Fortuna ha paura dei coraggiosi, gli ignavi li schiaccia». -N. «Tunc est probanda, si locum virtus habet – Il coraggio va dimostrato se si presenta un’occasione propizia». -M. «Numquam potest non esse virtuti locus – Non può non esserci sempre un’occasione propizia per il coraggio». -N. «Spes nulla rebus mostra adflictis viam – È la disperazione ad indicare la via da seguire a chi si trova in mezzo alle rovine». -M. «Qui nil potest sperare, desperet nihil – Non può disperare di nulla chi non può avere speranza alcuna».

I temi affrontati sono, nell’ordine, il rapporto dell’ira col tempo, la Fortuna, il coraggio (o virtus che dir si voglia), la speranza: e va da sé che le singole battute vanno lette e interpretate nella loro contrapposizione reciproca e riferite alla caratterizzazione dei due personaggi coinvolti.

Per quanto concerne l’ira, non va dimenticato che questa insana e funesta passione ha un ruolo centrale nella tragedia. Invocata fin dall’inizio da Medea come sostegno al proprio desiderio di vendetta, finisce col diventare incontrollabile, trasformandosi via via in un odio rotondo, freddo, pericoloso, perfetto: un odio e una vendetta che, pur disseminati di dubbi lungo tutto l’arco della tragedia, finiranno per concretizzarsi nel gesto terribile dell’uccisione dei propri figli.  La nutrice, che in Medea coglie subito i segnali pericolosi, nel tentativo di arginarla la invita a nascondere la propria ira, a mascherare il proprio dolore, a rimanere quieta e in silenzio, ma, nel contempo, per riuscire ad essere più convincente, non recrimina affatto sulla vendetta, ma si limita ad ammantarla di attesa, a rinviarla a tempi più favorevoli. Del resto, la pericolosità dell’ira, così come il forte nesso fra l’ira e il desiderio di vendetta nonché il rischio che l’ira stessa finisca col vanificare la vendetta sono chiariti molto bene da Seneca nel trattato proprio all’ira dedicato:  l’ira – vi si legge infatti – è una passione furibonda e disumana, bramosa di violenza e avida di vendetta: una vendetta destinata a coinvolgere il vendicatore stesso (L’ira I, 1). A tutti i livelli, essa rappresenta la peggiore calamità del genere umano: causa uccisioni, infamie, distruzioni di città e stragi di intere popolazioni (I, 2). A fronte di torti ricevuti, l’uomo ha il pieno diritto di difendere la propria famiglia, gli amici, i concittadini, e ha il dovere di vendicare quei torti, ma la vendetta non deve nascere dal rancore, bensì essere condotta con discernimento e cautela; nessuna passione brama la vendetta più dell’ira, che proprio per questo diventa inetta a vendicarsi (I, 12); la ragione è l’arma che la natura ha fornito all’uomo (I, 17); quando l’ira giunge a dimenticare la clemenza e a cancellare dall’animo ogni forma di umana convivenza, non può che sfociare nella crudeltà e nella ferocia (II, 5); a fronte delle ingiurie, è fondamentale è essere longanimi, ma se, come rimedio, si sceglie la vendetta, l’ira ne deve essere bandita (II, 33). Non c’è via più sbrigativa dell’ira per condurre alla pazzia e alla impossibilità di recuperare il senno perduto (II, 36). Allo stesso modo, in relazione al tentativo della nutrice di frenare l’impeto di Medea lasciando passare del tempo, è sempre Seneca a sostenere che proprio dandole tempo l’ira è destinata a placarsi, che «maximum remedium irae mora est – saper rinviare è il miglior rimedio contro l’ira» (II, 29, 1).

Quanto alle frasi sulla Fortuna e sulla virtus, è interessante notare come anche qui, poste in bocca a Medea le parole subiscano quel sovvertimento del significato originario evidenziato da Tucidide e già segnalato nelle battute Anfitrione e Fedra. Quando Medea afferma che la Fortuna ha paura dei coraggiosi e schiaccia gli ignavi, altro non fa che trasformare la temerità irriflessiva in impeto eroico (fortes),  la prudenza in paura spregevole (ignavos); e, quando reclama per la virtus la possibilità di manifestarsi sempre e comunque, esprime di fatto il rifiuto di ogni discernimento e cautela, considerati come totale inettitudine all’azione.

La battuta finale di Medea nel dialogo – «Qui nil potest sperare, desperet nihil – Non può disperare di nulla chi non può avere speranza alcuna»  – è infine, a mio avviso, estremamente rappresentativa non solo del personaggio, ma anche dei contenuti più profondi dell’intera drammaturgia senecana. Medea – e la sua battuta lo esplicita – incarna in pieno la tragedia della condizione umana, con la sua estrema solitudine, la sua totale mancanza di speranze,e soprattutto con la sua capacità di autoanalisi e la sua consapevolezza: la sua solitudine rimanda al distacco consapevole dagli dei e all’assenza quindi di ogni supporto divino; la sua lucidità nell’evidenziare l’assenza di speranze è quanto di più disperato si possa esprimere, perché finisce col significare assenza di vita (non a caso, al v. 116,  Medea inizia il suo monologo gridando «Io sono morta»). E la disperata e tragica solitudine in cui versa l’umanità, nel suo abisso senza speranza, con la sua ‘emancipazione’ dagli dei e il peso della responsabilità sulle proprie spalle,  è, di fatto, al centro di tutte le tragedie senecane.

 

Analizzando il detto «Tutto ciò che la Fortuna ha portato in alto, ce lo porta per farlo poi crollare» (Agamennone, vv. 100-101), abbiamo accennato al tema della precarietà delle posizioni di potere, spesso presente nei cori delle tragedie senecane (Divagazioni – Appendice 1).

In effetti, la tematica del Regno e del Potere rappresenta il centro focale delle tragedie di Seneca,   e numerose sono le frasi interessanti al riguardo:

- Una affermazione sulla gestione del potere, accompagnata da una frase che ricorda molto da vicino la ‘sentenza’ dell’Agamennone, è ad esempio presente nelle Troades (Le Troiane, vv. 258-63): «Violenta nemo imperia continuit diu, moderata durant, quoque fortuna altius evexit ac levavit humanas opes, hoc se magis supprimere felicem decet variosque casus tremere metuentem deos nimium faventes – Nessuno ha conservato a lungo imperi fondati sulla violenza, durano invece quelli che si basano sulla moderazione: e quanto più la Fortuna ha innalzato e sollevato in alto il potere umano, tanto più conviene che il fortunato si trattenga e tremi per le varie possibili cadute, provando timore per il troppo favore degli dei». A parlare è Agamennone, che si rivolge a Pirro, figlio di Achille. In una Troia ancora avvolta dalle fiamme, in un dialogo di grande potenza espressiva, che è anche un confronto generazionale, si scontrano due visioni opposte del comportamento da avere con i vinti: ma, al di là dell’atteggiamento di moderazione nei confronti dei prigionieri, Agamennone si fa di fatto promotore di un nuovo tipo di regalità fondata sulla legge morale. Significativo è, al riguardo, il serrato scambio di battute sentenziose fra i due, ai versi 327-336, e, più precisamente, quelle ai vv. 333-336: -P. «Lex nulla capto parcit aut poenam impedit  – Non c’è legge che risparmi i prigionieri o ne impedisca la condanna a morte». -A. «Quod non vetat lex, hoc vetat fieri pudor – Ciò che la legge non vieta di fare è il senso del pudore a vietarlo». -P. «Quodcumque libuit facere, victori licet – Al vincitore è lecito fare tutto ciò che vuole». -A. «Minimum decet libere, cui multum licet – A chi molto è lecito si addice volere pochissimo».

- Non sono solo gli «imperi fondati sulla violenza» a durare poco, ma anche quelli ingiusti, nonché quelli malvisti, impopolari, che attirano odio. Di «iniqua regna – regni ingiusti», che «numquam perpetuo manent – non si conservano mai per sempre», parla Medea rivolegendosi al re Creonte (Medea, v. 196). 

- Quanto alla caducità degli imperi che non godono del favore dei sudditi, essa è affermata con forza nei versi finali a noi pervenuti delle Phoenissae / Le Fenicie, la tragedia incompiuta che mette in scena il mito di Edipo e la guerra fratricida dei suoi figli Eteocle e Polinice, nati dall’unione incestuosa con Giocasta. Giocasta ha fallito nel suo tentativo di riconciliare i due fratelli, Eteocle rivendica il proprio potere assoluto, una tirannide libera da ogni legame contrattuale coi sudditi: -G. «Regna, dummodo invisus tuis – Regna, purché tu divenga odioso ai tuoi». -E. «Regnare non vult, esse qui invisus timet: simul ista mundi conditor posuit deus, odium atque regnum. Regis hoc magni reor, odia ipsa premere: multa dominantem vetat amor suorum, plus in iratos licet. Qui vult amari languida regnat manu – Non vuole regnare chi teme di essere odioso: queste due cose, l’odio e il potere, il dio che ha creato il mondo le ha messe insieme. Proprio schiacciare gli odi io reputo il segno distintivo di un grande re: l’amore dei propri sudditi vieta molti comportamenti a chi esercita il potere, ma molte più cose sono lecite contro quei sudditi che mostrano la propria collera. Chi vuole essere amato regna con mano debole». -G. «Invisa numquam imperia retinentur diu – Gli imperi impopolari non vengono conservati a lungo». -E. «Praecepta melius imperi reges dabunt; exilia tu dispone, pro regno velim…– Le regole del potere le stabiliranno meglio i re*; tu, occupati di ciò che riguarda gli esili; per difendere il mio potere io vorrei…». -G. «Patriam, Penates, coniugem flammis dare? – Dare alle fiamme Patria, Penati, moglie?». -E. «Imperia pretio quolibet constant bene – Gli imperi, a qualunque prezzo, hanno un costo conveniente».

-Il legame imprescindibile fra odio e potere rivendicato da Eteocle è sostenuto anche da Edipo nella tragedia omonima, quando egli non ha ancora preso consapevolezza delle proprie colpe, del proprio delitto contro il padre e dell’incesto con la madre. Nel dialogo col cognato Creonte, Edipo è il tiranno che sospetta un complotto del cognato stesso per essere scacciato dal trono: e, a fronte delle proteste di lealtà di quest’ultimo, a fronte dell’odio che – a detta di Creonte – si genera nei confronti di chi, avendo il potere, condanna senza averne le prove, reagisce affermando che «chi teme troppo gli odi, non sa regnare», perché «è la paura a custodire i regni» («Odia qui nimium timet, regnare nescit: regna custodit metus» vv. 703-04). E, prima di essere condotto via per essere imprigionato, Creonte grida: «Qui sceptra duro saevus imperio regit, timet timentes: metus in autore redit – Chi, crudelmente, regge lo scettro con dura tirannide, è lui a dover temere quelli che lo temono: il terrore ricade addosso a chi lo ha provocato» (vv. 705-06). 

* Considerando il contesto e il personaggio che la pronuncia, in questa battuta di Eteocle non è certo ravvisabile una posizione ‘antifemminista’ di Seneca: sta di fatto che, però, l’accusa di ‘antifemminismo’ è stata a Seneca rivolta a più riprese. Il discorso è abbastanza complesso: mi limito qui ad annotare la profonda conoscenza dell’animo femminile che traspare dai personaggi delle sue tragedie, nonché lo spazio notevole che si apre all’emancipazione della donna all’interno della sua produzione filosofica. E forse, in questa sua conoscenza e in queste aperture, ha un qualche peso il fatto che madre e zia accompagnino la sua adolescenza e la sua gioventù. Da ricordare che, alla madre Elvia, Seneca dedica, nel 42, una Consolatio, ovvero un breve scritto filosofico finalizzato a consolarla per la propria assenza. Quanto alla zia materna, che nel 16 sposa Gaio Galerio, poi prefetto d’Egitto, sarà lei a curarlo premurosamente quando, per un peggioramento della salute, Seneca dovrà prematuramente interrompere il suo cursus honorum e si trasferirà presso di lei in Egitto (25-31). Tornato a Roma, nel 34-35 otterrà la questura sempre con l’appoggio della zia (Cfr. Consolazione alla madre Elvia, 19). 

 

Nel corpus delle tragedie senecane, oltre alle nove ispirate a modelli greci, un ramo della tradizione ce ne trasmette un’altra, di argomento romano, intitolata Octavia /Ottavia: si tratta dell’unica tragedia di argomento romano (praetexta) rimastaci, che però, alla luce dei numerosi studi,  non  sembra proprio attribuibile a Seneca: collocabile peraltro in un ambiente a lui vicino, in anni non di molto posteriori alla sua morte, lascia chiaramente trasparire una grande conoscenza delle sue posizioni politiche e della sua produzione drammatica da parte dell’autore.

 Popolata di fantasmi, morti, profezie di morte, l’Ottavia mette in scena la vittoria del male e la sconfitta della ragione, la rovina familiare, gli orrori del potere, non attraverso la trasfigurazione del mito, ma all’interno di un contesto storico vicinissimo nel tempo, ovvero la tirannia di Nerone. Figura centrale della tragedia è Ottavia, moglie di Nerone, da lui ripudiata per sposare Poppea, e poi fatta uccidere, e, fra i personaggi, si annovera anche lo stesso Seneca. 

Il personaggio appare al  v. 376, dove inizia a recitare un monologo, peraltro abbastanza scontato, che, prendendo avvio dagli inganni a lui riservati dalla Fortuna, e recitando il proprio rimpianto per gli anni della relegazione in Corsica, quando la vita era lontana dai tranelli dell’invidia e l’animo si sentiva libero e padrone di sé e la bellezza della natura lo rigenerava,  si sofferma sull’evoluzione delle vicende umane dalla mitica età dell’oro all’età storica a lui contemporanea: un’età pesante, in cui regnano la scelleratezza, la turpitudine e il lusso. 

Il monologo di Seneca termina al v. 436, con l’entrata in scena di Nerone e del prefetto. Nerone ordina al prefetto che gli siano riportate le teste tagliate di Rubellio Plauto e Fausto Silla, dopo di che segue un dialogo con Seneca che, soprattutto all’inizio, nel fin troppo lungo scambio di battute sentenziose, mira ad illustrare due tecniche antitetiche di governo: -S. «Non conviene decidere sconsideratamente qualcosa contro i parenti». -N.«È facile essere giusto per chi ha il cuore libero dalla paura». -S. «Valido rimedio contro la paura è la clemenza». -N. «Eliminare il nemico è la più grande virtù di chi comanda» . -S. «Proteggere i cittadini è una qualità più grande per il padre della patria». -N. «Per un vecchio che predica clemenza è conveniente insegnare a dei bambini». -S. «È più l’ardente gioventù a dover essere guidata» […] -S. «Mi auguro che gli dei approvino sempre le tue azioni». -N. «Sarei stolto a temere gli dei, quando sono io a farli». -S. «Proprio per questo li devi temere, perché hai una tanto grande licenza di azione». -N. «La mia Fortuna mi permette ogni cosa». -S. «Credi di meno alla Fortuna con te compiacente: è una dea incostante». -N. «È proprio di un impotente non rendersi conto di cosa gli sia lecito fare». -S. «Fare ciò che è giusto è cosa lodevole, non ciò che è lecito». -N. «Il popolo calpesta chi si mostra impotente». -S. «E schiaccia chi gli è inviso». -N. «La spada difende il principe». -S. «Meglio la fedeltà dei sudditi». -N. «Conviene che l’imperatore sia temuto». -S. «Ma di più che sia amato». -N. «È necessario che abbiano paura». -S. «Tutto ciò che viene estorto è dannoso». -N. «E che obbediscano ai nostri comandi». -S. ». -S. «Comanda cose giuste». -N. «Sarò io a stabilire cosa è giusto». -S. «Cose che siano ratificate dal consenso». -N. «La spada sguainata le renderà tali». -S. «Stia lontana questa nefandezza» (vv. 440-461).